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Mafia e Slot: nel Salento 27 arresti tra cui anche un funzionario Monopoli

Nel leccese, sono scattate le manette per 27 persone, di cui un funzionario Monopoli, coinvolte in un giro slot gestite da organizzazioni criminali, tra cui la 'ndrangheta calabrese. I titolari dei bar e degli esercizi commerciali venivano obbligati dalla mafia locale a detenere delle macchinette elettroniche nei propri locali, diventati strumenti privilegiati per le loro estorsioni.

Si era creato una sorta di Monopolio Illecito del gioco e della distribuzione delle apparecchiature elettroniche a premi che, in realtà, non sono mai stati assegnati, visto che ogni macchinetta era manomessa per rubare i soldi agli scommettitori.

Nel quadro di un'indagine avviata due anni fa dalle Fiamme Gialle, che verteva sui controlli delle macchinette da gioco a premi manomesse chiamata "Clean Game", sono state disposte 27 ordinanze di custodia cautelare che hanno fatto finire in carcere 19 persone. Per le altre 8 persone coinvolte nella vicenda, invece, è stato disposto l'ordine per gli arresti domiciliari. I territori interessati da tale giro di affari che vale diversi milioni di euro sono il Salento, Crotone, Modena, Rimini e Milano.

I principali capi d'accusa sono associazione per delinquere di stampo mafioso, frode informatica, esercizio abusivo del gioco d'azzardo e di scommesse, truffa ai danni dello Stato, con l'aggravamento del metodo mafioso utilizzato. A questi si aggiungono anche il trasferimento fraudolento di valori, concorrenza illecita facendo uso di minacce e di atti intimidatori. A gestire un vero e proprio impero di slot machine terrestri erano i fratelli De Lorenzis di Racale, ritenuti i principali organizzatori di questa attività illecita.

 

Secondo quanto viene dichiarato dal procuratore della Repubblica di Lecce, Cataldo Motta, l'organizzazione criminale si avvaleva di minacce per obbligare i titolari di esercizi commerciali ad ospitare nei loro locali delle apparecchiature di gioco taroccate (slot e videopoker in particolare).

I software, che consentivano il funzionamento di queste macchinette, venivano alterati al fine di  ridurre, in modo notevole, il numero delle scommesse vincenti da parte degli ignari scommettitori, oltre che per effettuare solamente in parte la trasmissione dei dati al Monopolio di Stato. E infatti le vincite erano quasi nulle a fronte di ingenti quantità di denaro che venivano impiegati dai malcapitati scommettitori.

All'interno degli uffici del Monopolio di Stato, l'organizzazione criminale si appoggiava ad un complice che risultata parecchio operativo. Si tratta di un funzionario che forniva delle informazioni che riusciva ad captare su eventuali controlli e verifiche da parte della Guardia di Finanza, cercando di tenere sempre aggiornata l'organizzazione sulle evoluzioni delle indagini. Al funzionario dei Monopoli si contesta il reato di concorso esterno in associazione mafiosa e corruzione.

Secondo la spiegazione fornita dal procuratore della Dna, Francesco Mandoi, vi è una stretta collaborazione tra l'organizzazione criminale salentina con quella del clan calabro della famiglia Femia. Quest'ultima si occupava di contraffare le schede che venivano introdotte nelle macchinette che gli stessi commercianti, dietro atti intimidatori, erano costretti ad accogliere all'interno dei loro locali. Si tratta certamente di una modalità parecchio innovativa attraverso cui la malavita locale metteva in atto delle estorsioni.

Inoltre, il nucleo operativo della Guardia di Finanza, in collaborazione con il Gico, ha sottoposto a sequestro ben oltre 90 beni immobili, tra cui 69 fabbricati, 25 terreni, a cui si aggiungono anche 10 società di capitali, 3 autovetture e 2 ditte individuali. Sono stati sequestrati anche i conti correnti bancari di 15 istituti, dove vi erano depositati ben 12 milioni di euro.

Ultima modifica: Lunedì, 09 Maggio 2016 18:38

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